Oltre il cancello...
martedì, 07 luglio 2009


Michael Jackson era un ragazzo.

Per quanto 45 anni di lavoro siano tanti, una vita di 50 è breve. Una vita è breve anche quando è lunga...

Non ero una sua fan per questioni generazionali, ma una famiglia di artisti a cui appartengo e l'apprezzamento dei miei figli me lo avevano fatto seguire da quando era un paffuto bimbetto canterino.

Questo ragazzo ebbe molti meriti. Ha sdoganato la musica nera in epoche in cui la tv americana non la trasmetteva assieme a quella dei musicisti bianchi, ha inventato eccezionali passi di danza, ha mixato suono ballo e canto in video diretti da grandi registi, ha prodotto e offerto spettacoli straordinariamente perfetti. E sempre, in tutto, la sua voce d'angelo. Il suo corpo esile e frenetico e scattante.

Ma lo stesso ragazzo, poi, spese gli anni di trionfo in un accanimento chirurgico che ne cancellò l'appartenza, rendendolo sempre più simile a un personaggio da favola. Che diveniva sempre più inquietante. Il suo volto perse l'umanità per trasformarsi in un'immagine evanescente, quasi il fantasma di se, come a fermare il temp. Una fantasia androgina mondata dal dolore.

Gli abusi di chirurgia estetica, le ossessioni e le dipendenze dai farmaci (riconducibili alle violenze subite nell'ìinfanzia) erano, ne sono certa, la ricerca e il mantenimento di uno stato d'innocenza infantile. Il compenso per la sua infanzia negata.

Sfruttato, calunniato, offeso, cercava di risalire e riproporsi ancora, fiabesco come un elfo. Un effimero, un Peter Pan, mai sconfitto. Ma quel cuore offeso si è fermato.

Al cuore, per antica credenza, si attribuisce la sede dei sentimenti. La psiche, la mente, il pensiero, forse l'anima devastati. Cuore e anima devastati. Quelli si, violentati. Ormai.

Molti predatori hanno certamente contribuito a interrompere quel battito, quel cuore fanciullo non era poi così forte. Nessuna fatina, nessuna Trilly a soccorrerlo e il bambino perduto si è perduto per sempre.

1958-2009: era un ragazzo.

Ne resterà il ricordo scintillante, come una costellazione di stelle in cielo.

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domenica, 22 giugno 2008

Dolce amico mio

la lapide che ti ricopre

è cosparsa di conchiglie

una coltre marina per te

uomo di mare

che così fortemente lo amavi

mormorante amico della tua vita.

Come ti amavano davvero

come davvero ti conoscevano

i tuoi figli

che hanno ormato così

il tuo sonno.

Ti porterò anch'io una conchiglia

come un bacio.

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mercoledì, 18 giugno 2008

E' una donna bellissima.

Un remoto antenato, forse un invasore barbaro asservito all'antica Roma, le ha trasmesso i tratti nordici e alteri, addolciti dal sorriso e dagli occhi chiari. Il loro baluginare, le membra sottili, che allungano ancor più la sua struttura.

E' elegante, la pettinatura a coda le dona lasciandole il volto scoperto tuttora fermo, compatto. Piccole increspature non ne incrinano l'immagine, come un riflesso d'acqua che sembra a volte un po' confuso, ma poi ritorna nitido.

La ragazza di cui racconta è ancora là, non è scomparsa. E poi... ancora, non amo questa parola che sembra costringere in bilico su un pricipizio in cui si sta per cadere da un momento all'altro. No, la ragazza è là, che racconta. Traspare da quegli occhi, riemerge nei lineamenti, nella voce un po' arrocchita dal dolore del ricordo.

Via dei Serpenti allora uguale adesso, dietro Via Nazionale, era un paese di gente ruvida e tranquilla, si conoscevano tutti e le prime storie dei ragazzi finivano come richiedeva l'uso di una tradizione popolare. Si sposavano se c'era la predizione di un figlio, sposi bambini anche loro. La ragazzina poi, così bella così ignara e così povera, era vista solo come una bocca da sfamare, un paio di braccia da lavoro per utilizzare e, è probabile, un corpo da godere per gli uomini del gruppo familiare.

Non proprio favola...

Questa famiglia di cui vi narro non era inserita nei mutamenti degli anni 60 che modificavano la società, mutandola da patriarcale a giustamente equiparata. In questa famiglia (come in tante altre) la donna era solo una bestia da soma.

Ma la ragazzina no. Dopo aver partorito il bambino, lavato conche di panni, cenato con pezzi di pane secco riusciti ad elemosinare, leggeva, guardava i film nel cinemino di quartiere, sui giornali che incartavano le uova sognava sulle foto degli attori. Vedeva Grace Kally.

Una sera, mentre allattattava il piccolo, sentì nominare l'attrice e corresse il marito sulla pronuncia: "Non si dice Grace come è scritto, si pronucia Gres". Un ceffone violento come un pugno le spaccò il sopracciglio.

Gocciolante di sangue sul viso e sull'unica camicetta, coprì il volto del bambino perchè non si macchiasse, perchè non vedesse, perchè non divenisse come lui. Come loro. "Io me ne vado".

Aprì la porta e insieme la raggiunse un calcio e un altro e un altro che la buttarono nel cortile, cadendo si lacerò le ginocchia. Il bambino rotolato sotto la pioggia, piangeva, il corpo della madre lo aveva protetto.

I vicini accorsero in quella dannata casa sul cortile, la portarono dentro, le dettero da bere e da mangiare, sospirarono: "Che vuoi, gli uomini...".

La sposa bambina disse: "Io me ne vado".

Raccolse suo figlio tra le braccia come un fascio di fiori e veramente andò via.

 

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domenica, 04 maggio 2008

Cugino Michele, ti ho sentito con piacere.

Non hai l'età per gli sms e allora vuoi ancora sentire una voce reale, non leggere un insieme di segni simili a un codice cifrato e poi, ne tu ne io sappiamo usare il pc! Ah, cugino Michele, come siamo vecchi! Tanto da ricordare delle storie, non proprio favole...

Ma al giovane immigrato dell'Est era proprio sembrato una favola. Che la bellissima ragazza italiana gli sorridesse, che dal balcone si sporgesse per salutarlo quando lui passava e passava sempre più spesso. Il sorrivo gli splendeva sul volto come un'improvisa luce, i capelli gli piovevano intorno al capo, gli occhi azzurri si diluivano nel piacere di essere riconosciuto e chissà, anzi certamente, gradito.

Non gli pareva strano che quando la ragazza si affacciava, veniva strattonata e riportata all'interno, pensava a parenti gelosi ed ostili a lui, straniero.

Straniero in quel paese del sud dal nome quasi prezioso, insolitamente ordinato, con belle fontane zampillanti nelle piazze, nuove case nate sulle fondamenta di quelle antiche, monti lontani dalle cime rilucenti di neve, il tempio romano posto in alto come un custode.

Straniero, con il suo inutile titolo di studio, la cultura accantonata, addirittura nascosta per non impermalire eventuali datori di lavoro.

Straniero, ma riuscito a vivere, prima come bracciante custode inserviente, ora commesso nel piccolo supermercato così simile al vecchio alimentari che era stato e la domenica, passata con gli altri, le mani strette nel segno di pace.

E adesso la bella ragazza italiana gli lanciava bigliettini e l'appuntamento era sul tardi, quando tutti dormivano, nessuno avrebbe schiacciato la piantina di una nuova speranza.

L'aspettava dove finiva il paese, la strada bianca e polverosa come cosparsa di talco che finiva nel buio protettivo del boschetto. Si abbracciavano appoggiati ai tronchi sottili, i baci li risucchiavano in un'emozione sempre più intensa, calda, insostenibile. Un tepore di sole, di fuoco troppo bruciante, rabbia di una spiaggia rovente...invece la luna appena li illuminava.

L'erba era bagnata e la loro pelle era calda. Perchè, in un abbraccio più avvinghiato, lei sospirò come il soffio di un gatto, gli occhi arrovesciati e il bianco perlaceo alternato alle pupille fatte brace, offuscate da un'ombra? Con un movimento sinuoso gli scivolò dalle braccia quasi fosse insaponata e dal reggiseno estrasse la mezza forbice da unghie che conservava e gliela infisse, una e una e una e tante altre volte negli occhi, fino in fondo.

Una folla di parenti quell notte li aveva seguiti e l'afferrarono, mentre lo straniero sbatteva contro gli alberi che non vedeva e si abbatteva a terra, su di lei che ormai inconsapevole in po' rideva e un po' piangeva, fino  contorcercersi in un crisi convulsiva.

La madre, che nascondeva sotto le lunghe maniche braccia coperte dalla psoriasi, si metteva dietro il marito che la respingeva, ritenendola colpevole della malattia della figlia. Scoperta lei stessa, cercava di coprire la ragazza immemore. Arrivarono poi il medico spaurito e altri inutili soccorsi, carabinieri e lacrime e lamenti.

E già, non proprio favole, storie dove il passato e il presente si mescolano. Ciò che accadde realmente in epoca remota si ripropone in quella contemporanea, doloro e amori sono sempre eguali accadimenti,   il trascorrere della vita fluisce e il tempo resta immoto. E senza pena.

 

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giovedì, 06 marzo 2008

 

D'improvviso sento che Tina Lagostenza Bassi è morta.

E ho pianto, insieme ai colleghi e alla conduttrice della famosa trasmissione  cui partecipava.

E' un lutto grande, è un lutto per le donne di cui ha difeso i diritti civili, da così tanti anni ormai e per così tanti anni ancora. Continuava.

Ammirevole persona, grande avvocatessa, generosa paladina di tanti processi, impavida combattente nel processo del delitto del Circeo e delle vittime, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez. Socia fondatrice del Telefono Rosa, colta e saggia, mai faziosa, sempre giusta, profondamente umana come il suo prediletto Gibran (da "Il Profeta" amava attingerne i detti).

Oh si, sono colpita al cuore per la scomparsa di questa straordinaria protagonista di una irripetibile, eppur straordinaria, stagione del femminismo che ha dato i suoi frutti di civiltà forse proprio per merito di persone come lei, così profondamente moderna nell'eccezione buona del termine, mai supponente, persino colma di fascino nei colori dei suoi abiti da figlia dei fiori, nelle sue collane etniche, ornata dal suo sorriso.

Ho sentito che è morta e ho pianto. Gli dei, se fossero misericordiosi, dovrebbero concedere un tempo diverso a chi ha dato al genere umano il suo vero volto.

Ci sentiremo orfani d'ora in poi, ma la ricorderemo sempre come Maestra di Vita e di Legge.

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domenica, 02 marzo 2008

Correte bambini sulle vostre

gambe spezzate

col sangue delle ferite

ormai asciutto,

raggrumato come la vostra paura.

Vittime di malamore

e amore, di odio e abbandono,

correte bambini sulle vostre

gambe spezzate

niente più potrà ricorrervi.

Il buio che vi inghiottì...

Il freddo che succhiò la vita...

L'ira o le lacrime, i giochi

un po' selvaggi

nella piazza, i rientri nella casa

disamata, la fuga immaginata

in una lonananza felice...

Ecco, ormai sappiamo

che il paese felice era già

raggiunto.

Le vostre gambe ferite

sono state veloci

i cani sono rimasti indietro.

 

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giovedì, 28 febbraio 2008

Un essere nervoso

un po' patetico, frenetico

nell'agitata voglia di arrivare

al traguardo del guadagno

o forse della sopravvivenza,

teso nell'ansia delle sue nevrosi

viene comunque accolto

nell'amicizia.

Ma da recessi lontani

grotte ancestrali, famiglie

di ominidi pelosi appena eretti

gli trasmettono il messaggio

grugnente che l'amore o il sesso

va preso e non offerto.

E al rifiuto, all'infrangersi

dell'amicizia offesa non capisce

sempre più solo, come in un vaniloquio

pronuncia parole obsolete, vecchie

di significato, insolenti e triviali

e compie i gesti divenuti volgari

e minacciosi, sorpreso, inconcluso.

E si dibatte inutilmente

nella sua tela, da ragno

divenuto insetto prigioniero.

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martedì, 12 febbraio 2008

Andrò via, lontano,

la coscienza oscurata,

immersa nel buio come nell'acqua,

la quiete raggiunta

libera da rare felicità

e pesanti dolori.

Andrò via, senza sentire

sulla pelle il calore del sole

le mani non toccheranno più

le forme degli alberi,

il mare e le lacrime

non avranno lo stesso sapore.

Andrò via, non ci sarà ritorno

qualcuno forse pregherà

antiche parole che

non ascolterò e che forse

non saranno udite da

Nessuno.

Eppure, con ostinata

speranza, tenacemente

qualcuno mormorerà

remoti incantesimi.

Andrò lontano, dove

porta questo pensiero

che si rotola

come onde continue

che si dissolvono

sulla riva.

Andrò via lontano, non so dove,

in un non luogo, oppure

finalmente a casa.

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giovedì, 07 febbraio 2008

"Una rosa è una rosa una rosa è una rosa".

Non sempre. Non solo. Una rosa è un euro, tre rose sono tre euro, non so quanto il venditore guadagni, ma qualcosa arriva alla famiglia dell'uomo bruno che vende rose. Forse un bambino dai grandi occhi mangerà coi soldi che quei fiori germinano.

Gente infastidita li compra malvolentieri, ma una rosa è una rosa, una rosa rossa è ancora amore, tre rose rosse sono un pensiero che porterò domani al giardino dei morti.

Tre rose sono pure punti sorpresi in un discorso banale di politica e ricordi che affiorano improvvisi come volti nell'acqua, tra il vino e le rose che non sono più il vino e le rose di come eravamo, dei sogni lontani d'un mondo migliore mai raggiunto.

Una rosa è una rosa e anche il rimpianto di anni giovani indimenticati, che colorano rossi i petali di una rosa che nessuno vuole più offrire.

Una rosa è una rosa e ancora un amore trascorso, è il desiderio svanito. Tre rose rosse sono il rimpianto.

Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa... Non sempre. Non solo.

 

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sabato, 02 febbraio 2008

Il telone che ricopriva il camion era ridotto a brandelli e i lembi sventolavano con un rumore di ali sbatacchiate dal vento. Lembi di tela, strisce consunte che non riparavano, stracciate com'erano.

Il fondo del camion era occupato dai morti ammonticchiati con malagrazia, erano stati estratti dal ventre delle  case distrutte, palazzi di cui miracolosamente a volte rimanevano in piedi solo le facciate, come un gigantesco gioco di carte. Sezioni di camere ancora intatte comparivano con le suppellettili ancora al loro posto, qualche quadro sbilenco e i morti giù in cantina, sotto le macerie.

Napoli, Bari, Taranto, Terni, ogni porto con acque in fiamme e case divelte. Le sirene degli allarmi chiamavano, con la loro voce lugubre e inumana, un richiamo che poteva presagire la morte o spingere a scappare, calandosi nei rifugi, nelle cantine, nelle buche scavate in campagna coperte da rami secchi.

I bambini guardavano in alto il cielo illividito, innaturale, schiarito, da cui si libravano da prima piccole e poi sempre più grandi formazioni. Un disegno che ricordava gli stormi d'anitre.  Gli aerei aprivano il ventre e lasciavano cadere le bombe. I bambini caddero a terra assordati dal rombo dei motori, storditi dallo spostamento d'aria... Tra le dita guardarono, coprendosi gli occhi e le orecchie, guardarono gli incendi lontani, luminosità belle come fuochi d'artificio disegnate ed esplose, in quel cielo sempre più violaceo.

I morti sul fondo del camion erano ancora caldi, qualcuno spezzato e sanguinante, altri come sorpresi, calmi! I bambini vi si accostarono e, confortati dal loro calore, si addormentarono.

D'improvviso l'autista del camion cominciò a cantare, come fosse un vecchio carrettiere col suo trabiccolo su una bianca stradina di campagna e cantasse una canzone stonata antica e stonata alla luna. Una luna lontana, piccola, nitida e scintillante, come una moneta d'argento.

Vissuto da Bilitis | alle ore 23:20 | ricordami con i tuoi commenti (3)

Categoria: riflessioni, racconti, guerra, morte

CHI SONO
Utente: Bilitis
Sento il mare dentro di me. Ho pensato molte volte di attraversare quella striscia luminescente e andare...
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SILVANO

C'è un uomo gigante, Marina, che viene spesso a trovarmi e non sa niente delle mie passate avventure. Sono diventata la sua vecchia balia che gli parla delle sue guerre, dei manicomi e dei figli perduti. Lui che non conosce l'usura è solo un ladro di piccole cose, mi ha strappato l'ultimo orecchino senza sapere che mi faceva male.

AFORISMI e CITAZIONI
"Quando facevo vita domestica felice mi sentivo come un tappo in gola. Ora che la mia vita domestica è nel caos, faccio vita spartana, scrivo con addosso la febbre alta e tiro fuori cose che avevo chiuse dentro da anni, mi sento sbalordita e molto fortunata"

"Domanda: La gente crede che lei è ostile agli uomini. Risposta: Lo sono."

"Ecco la notte: sto per seppellire i miei morti, i miei sogni, i miei desideri, i miei dolori, i miei rimorsi, tutto il passato... Sto per seppellire i miei morti."

"Quello che avevo da dire l'ho detto. La rabbia e l'orgoglio me l'hanno ordinato. La coscienza pulita e l'età me l'hanno consentito. Ma ora devo rimettermi a lavorare, non voglio essere disturbata. Punto e basta."
CONTUSIONE

Il colore affluisce nel punto, viola opaco. Il resto del corpo è slavato, colore di perla, In un pozzo di roccia il mare succhia ossessivo, una cavità perno di tutto il mare. Grande come una mosca, il segno fatale striscia giù per il muro. Il cuore si chiude, il mare rifluisce, gli specchi sono velati.

MUSICA
Lullaby for Cain- Sinead O' Connor

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Frammenti di Saffo
Cipride, anche la tua amarezza colga Dorica così che non potrà gloriarsi di questo dire: "un'altra volta verso il sospirato amore giunse".
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